C’è un punto, dopo anni trascorsi a lavorare dentro l’intelligenza artificiale, in cui l’AI smette di essere una frontiera e diventa un oggetto: ripetibile, disponibile, “ottimizzabile”. È in quel punto che Oberlunar sceglie una traiettoria controcorrente. Brutto Cane nasce come gesto di sottrazione e di ritorno alla materia: suono fisico, imperfetto, non addomesticato.

Non è “un’opera sull’AI”. È semmai un rientro, quasi una disintossicazione estetica. Dopo anni di audio-visivi verticali costruiti attorno alla tecnologia, qui l’asse si sposta: nel brano domina l’analogico — strumenti analogici e processing analogico — senza l’ansia di portare tutto alla massima efficienza. Un suono che non cerca di essere perfetto, ma presente.
Il video, al contrario, fa una mossa più sottile: l’AI c’è, ma è tecnosimbiotizzata. Non si offre come tema, non pretende attenzione. È stata utile nello sviluppo, ma resta sullo sfondo, come parte del processo. Oggi è una scelta rara: far tornare la tecnologia strumento e non manifesto.
Una traccia nata come sfida: un solo strumento per tutto (quasi impossibile)
Dentro Brutto Cane c’è anche una storia concreta, quasi “artigianale”, che spiega bene la direzione del progetto. Il brano nasce da una sfida lanciata su Synth Cafè: usare un solo strumento analogico per tutto. Non un synth “comodo”, non una workstation piena di memorie e scorciatoie.
Oberlunar sceglie il Moog DFAM — una drum machine semi-modulare sperimentale, progettata per pattern percussivi e sequenze impulsive, più che per “fare tutto”. Trasformarlo nell’unico motore sonoro dell’intero brano è una scelta radicale: una sfida quasi impossibile, perché significa costringere uno strumento nato per la ritmica a diventare anche basso, tessitura, movimento, dinamica, atmosfera. In pratica: spremere il DFAM fino a farlo parlare una lingua per cui non è stato pensato.
È qui che il pezzo rivela la sua parabola: fare tanto con poco. Limitarsi non per mancanza di mezzi, ma per scelta estetica. La disciplina del vincolo diventa identità.
Tanto che, nella versione “duetto” della challenge — un solo synth e la voce — il brano arriva primo, prima ancora dell’apporto decisivo della chitarra di Johnny. Poi entra Johnny Dal Basso: la chitarra elettrica non “abbellisce”, ma amplia il respiro emotivo e dinamico della traccia. Non rompe la regola: la trasforma in racconto. È un innesto umano, non un upgrade.

Il muratore che costruisce la gabbia dall’interno
Nel racconto che accompagna Brutto Cane c’è una metafora brutale e lucidissima: quella del muratore che costruisce una gabbia dall’interno, sbarra dopo sbarra, finché all’ultima si accorge che non può più uscire. È l’immagine di chi, inseguendo coerenza e performance, finisce prigioniero della propria stessa macchina creativa.
Brutto Cane nasce anche da qui: dal bisogno di spezzare la procedura, di tornare a una cosa “intima”, diretta, non progettata per rispondere a un formato. Il brano esce come atto autonomo, non come prodotto da pipeline.

Notte, ciclicità, “non ritorno”
Il testo è semplice e ossessivo, come un pensiero che non molla: “La notte io non dormo… la notte è come il giorno… non c’è mai ritorno.” Impone un clima. La notte non è un orario, è un luogo mentale.
Il video amplifica questa idea: il tempo che passa, quello che non hai fatto quando eri giovane, quello che non potrai più fare, i problemi dei quali ti vuoi liberare e che ritornano sempre più grandi. Non è nostalgia “romantica”: è una ciclicità che non consola. Oberlunar la chiama reload: ti ricarichi, ti ridisegni, ma non sei mai identico. Ogni ripartenza ti toglie qualcosa e ti regala qualcos’altro. Il ritorno non esiste; esiste il loop imperfetto della vita.
“Brutto cane”: ciò che entra quando abbassi la guardia
Il “brutto cane” non è un personaggio, è una figura psichica: ciò che entra quando la vigilanza si abbassa, quando l’insonnia diventa crepa e qualcosa ti attraversa. Non serve che morda: basta che resti. La scelta di parole quotidiane, quasi infantili, rende l’immagine ancora più disturbante — perché è plausibile, domestica, vicinissima.
Lynch, Dark e l’estetica del non detto
Oberlunar e Johnny si mettono d’accordo e la vigilia di capodanno registrano il clip di notte con un iPhone e due luci bianche da fotografo. Qualche frammento lo generano con l’AI dopodichè montato il tutto nei due giorni successivi. Le ispirazioni dichiarate — David Lynch e Dark — non sono citazioni decorative. Lynch è l’inquietudine del simbolo che non si lascia tradurre; Dark è il tempo come nodo, come destino che torna in forme diverse. Oberlunar e Johnny assorbono entrambe le matrici e le riportano su un piano intimo: non la trama, ma lo stato. Non la spiegazione, ma la persistenza.

Un’opera che chiude e apre
Brutto Cane segna un passaggio: chiude una fase di sperimentazione estrema e apre un altro “sé”. Non in senso motivazionale, ma in senso operativo: cambiare metodo, cambiare grammatica, cambiare rapporto con la tecnologia. Tornare al fisico, al vincolo, alla materia — e dimostrare che, a volte, è proprio lì che si riesce a fare di più con meno.
Chiara – Staff Obernauts of Oberlunar
